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Gestire il TFR in azienda è spesso percepito come una seccatura amministrativa: una voce da tenere in bilancio e da dimenticare fino a quando un dipendente non chiede la liquidazione.

Il problema nasce quando lo si considera qualcosa di neutro, “tanto sono soldi che restano lì”.
In realtà il TFR non è una riserva passiva, ma un debito verso i dipendenti che si rivaluta ogni anno per legge. In alcuni periodi l’impatto può sembrare marginale, soprattutto con dipendenti giovani o con poca anzianità. In altri momenti, invece, può trasformarsi in una sorpresa tutt’altro che piacevole.

Il 2022 lo ha dimostrato chiaramente, con una rivalutazione vicina al 10%. E quando in azienda ci sono dipendenti con molti anni di servizio, quel “fastidio” può diventare un peso rilevante.

Capire come funziona il TFR è il primo passo per valutare quanto incide davvero sul bilancio aziendale e se esistono scelte più efficienti.

Come funziona la rivalutazione del TFR

La normativa è semplice e non lascia margini di azione.
Il TFR in azienda si rivaluta automaticamente ogni anno secondo questa formula:

1,5% fisso + 75% dell’inflazione ISTAT

Più l’inflazione sale, più il TFR pesa sul bilancio. Nessuna discrezionalità, nessuna possibilità di rinviare il problema.

Quanto è cresciuto davvero il TFR negli ultimi anni

Per capire perché il TFR non è una voce “neutra”, conviene guardare i numeri nel loro insieme, non anno per anno.
Ogni rivalutazione si applica infatti sul montante già rivalutato, creando un effetto cumulativo che spesso viene sottovalutato.

Facciamo un esempio volutamente semplificato.
Immaginiamo che al 1° gennaio 2020 il montante TFR di un’azienda fosse pari a 100.000 euro e, solo per semplificare il calcolo, ipotizziamo che negli anni successivi non ci siano stati nuovi accantonamenti (nella realtà il debito cresce ancora di più).

Anno Rivalutazione TFR Montante a fine anno
2020 1,50% 101.500 €
2021 4,11% 105.673 €
2022 9,97% 116.197 €
2023 1,94% 118.452 €
2024 2,32% 121.197 €
2025 2,31% 123.996 €

In sei anni il TFR sarebbe passato da 100.000 euro a quasi 124.000 euro.
Parliamo di circa 24.000 euro di debito in più, senza investimenti, senza ritorni produttivi e senza alcun beneficio diretto per l’impresa.
Solo per effetto della rivalutazione prevista dalla legge.

L’impatto sul bilancio aziendale

L’aumento del TFR incide direttamente sul passivo e peggiora alcuni indicatori finanziari. E’ un impegno reale che l’azienda dovrà prima o poi onorare, senza sapere esattamente quando.

Il problema diventa evidente quando più dipendenti cessano il rapporto nello stesso periodo o quando l’azienda attraversa una fase di tensione finanziaria. Quel debito “silenzioso” diventa improvvisamente urgente e deve essere liquidato, spesso entro 30 giorni, attingendo a risorse che magari non erano state pianificate.

A questo si aggiunge un costo meno visibile: ogni anno l’impresa paga l’imposta sostitutiva sulla rivalutazione del TFR. Un’anticipazione fiscale su un debito non ancora pagato, che pesa ulteriormente sul conto economico.

Inflazione alta: tutela per il dipendente, costo per l’impresa

L’inflazione protegge il potere d’acquisto dei lavoratori.
Per l’azienda, però, significa rivalutazioni più elevate e un debito che cresce più velocemente.

Ciò che per il dipendente appare come una tutela, per l’impresa si traduce in un costo strutturale aggiuntivo, difficile da ignorare nel medio-lungo periodo. Soprattutto se hai poco turnover e un’anzianità media elevata dei tuoi dipendenti.

Il punto chiave: la previdenza complementare

Mantenere il TFR in azienda non è un’opzione neutra, e non porta beneficio per l’impresa.
È un debito che cresce ogni anno che comporta costi crescenti, complessità gestionale e impatto sul bilancio.

Per questo motivo è importante valutare con attenzione la destinazione del TFR dei dipendenti alla previdenza complementare.

I vantaggi per l’azienda sono concreti ed immediati:

  • Esonero dalla rivalutazione annuale del TFR
  • Gestione semplificata delle richieste di anticipo, che passano in capo al fondo
  • Riduzione del passivo in bilancio e miglioramento degli indicatori finanziari
  • Deducibilità fiscale dei versamenti (fino al 4%, o 6% per aziende sotto i 50 dipendenti)
  • Riduzione degli oneri impropri e contributivi
  • Esonero dall’imposta sostitutiva sulla rivalutazione

Perché conviene anche ai dipendenti

L’idea che lasciare il TFR in azienda sia sempre più conveniente per il lavoratore è, nella maggior parte dei casi, un falso mito.

La logica sottostante alla rivalutazione del TFR per legge è di mantenere al riparo il capitale dall’inflazione, mentre destinandolo ad un fondo pensione si può ricercare la massimizzazione del rendimento, ognuno per il proprio profilo di rischio.

Il TFR destinato a un fondo pensione è separato dal patrimonio aziendale, segue il lavoratore anche in caso di cambio di lavoro ed è gestito con criteri di investimento diversificati. Le eventuali anticipazioni vengono richieste direttamente al fondo e non gravano più sull’azienda.

C’è poi un aspetto spesso sottovalutato ma decisivo: nel fondo pensione il lavoratore può designare liberamente i beneficiari. Il TFR lasciato in azienda segue le regole della successione legittima; per chi convive con un partner ma non è sposato, questa differenza può essere cruciale.

Ultimo aspetto, ma decisamente rilevante: la tassazione finale del TFR in previdenza complementare è più favorevole per il lavoratore, e può tradursi in un risparmio complessivo tra l’8% e il 20% del montante, a seconda degli anni di partecipazione e del reddito dello stesso.

Quindi, che fare?

Il TFR non è solo un adempimento amministrativo: è un debito che cresce ogni anno e che incide sul bilancio, sulla gestione e sulla pianificazione finanziaria dell’impresa.

Valutarne una gestione più efficiente, attraverso la previdenza complementare, significa ridurre costi e complessità per l’azienda e offrire al tempo stesso maggiori tutele ai dipendenti.

Se vuoi approfondire questo tema o capire come gestire il TFR nella tua realtà aziendale, scrivici: siamo a disposizione per chiarire dubbi e aiutarti a prendere decisioni consapevoli.

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Carlo Artuso

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